Storia della parrocchia

L’antica pieve

Il toponimo Azzano sembra si debba ricondurre all’epoca augustea quando, forse proprio in corrispondenza dell’area della chiesa e del castello, si sviluppava una grande villa rustica, primitivo nucleo del paese, di proprietà di un certo Attio.
Come è stato da poco ampiamente riconfermato dagli scavi archeologici condotti sul sito della Pieve di Corticelle, questi vasti complessi edilizi romani che si componevano di una parte padronale, con esedre e giardini, e di una parte rustica, destinata ai coloni ed agli animali da cortile, specie durante la decadenza dell’Impero (IV-V sec. d.C.) vennero adattati a luoghi di culto e furono poi inglobati nelle trasformazioni architettoniche successive.
In occasione del rifacimento della piazza antistante alla chiesa, dal leggero sterro compiuto, della profondità di appena 30-40 cm., sono emersi alcuni frammenti di tegolone che dimostravano di essere stati riutilizzati in una muratura ora irrintracciabile.
Ad un esame superficiale, più che a tombe o ad edifici di culto, sembrerebbero appartenere alle cortine murarie di edifici civili di epoca romana.
Il primo documento scritto di un certo rilievo che ci tramandi i fasti della Pieve di S. Pietro di Azzano risale al 1177 ed è una bolla con cui Papa Alessandro III, proprio nel culmine della lotta tra il Barbarossa ed i Comuni (la battaglia di Legnano è del 1176 e la pace di Costanza verrà conclusa nel 1183), conferma la piena autonomia della Pieve del Monastero cluniacense di Provaglio e ci informa che la Chiesa di S. Pietro è l’unica erede della più antica Pieve d’Izio.
Questa notizia è molto importante perché, unita all’intitolazione al primo Papa, ci immerge nella eterna lotta tra il Papato e l’Impero, iniziata con la Donazione di Sutri (728) e solo temporaneamente conclusa con il trattato di Worms (1122).
Proprio durante l’estremo periodo della dominazione longobarda assistiamo alla massiccia intitolazione di chiese a S. Pietro in quanto gli ultimi sovrani longobardi, sentendosi insidiati dai Franchi nel predominio in Italia, cercano di stringere rapporti sempre più forti con la Sante Sede.
La stessa politica sembra comunque venga portata avanti anche durante la signoria di Carlo Magno e dei suoi immediati successori.
E’ probabile perciò che la chiesa di S. Pietro di Azzano sia sorta intorno al VII-VIII secolo d.C. e che abbia poi raggiunto un certo fulgore in occasione degli scontri tra Matilde di Canossa ed Enrico IV, costituendo, con la sua collocazione proprio accanto al guado del Mella ed alla mansio romana che ha originato l’osteria di Pontegatello, un baluardo della Pars ecclesiae fino al secolo successivo ed ottenendo così il prestigioso riconoscimento di Alessandro III, riconoscimento fatto a scapito della più antica pieve d’Izio, troppo legata ai monaci ghibellini di Provaglio.
Per tutto il Medioevo la Pieve di Azzano esercitò un ruolo di una certa importanza, pur avendo soggette solo le chiese di S. Michele di Capriano, di S. Andrea di Mairano e di S. Maria di Pievedizio e le loro cappelle.
Venne poi travolta dalla profonda crisi spirituale, politica ed economica che accompagnò la devastante pestilenza del 1347-1348 e nel 1511 Papa Giulio II accorpò il beneficio parrocchiale, ormai languente ed abbandonato, alle dotazioni fondiarie dell’Ospedale di Brescia che divenne il patrono della chiesa.
Tra i benefattori illustri della parrocchia, insieme al Comune di Azzano ed ai nobili Nigolini, si deve ricordare il Cardinal Uberto Gambara, celebrato da un’iscrizione con stemma che un tempo campeggiava sulla porta d’ingresso della chiesa: ora l’iscrizione si trova collocata sulla porta laterale e lo stemma (arricchito dai gigli farnesini a ricordo delle strettissime relazioni del Cardinale con Papa Paolo III) si vede in un corridoio tra la chiesa e la canonica.
La chiesa antica doveva essere a tre navate, con un’iconostasi davanti al presbiterio, e ci viene in parte descritta dagli Atti delle Visite pastorali di Annibale Grisonio e di Mons. Domenico Bollani.

 

La chiesa settecentesca

A partire dal 1734, nel fervore edilizio che accompagnò l’arrivo a Brescia del Cardinale Angelo Maria Querini, i Deputati dell’Ospedale di Brescia decisero di ricostruire la parrocchiale di Azzano Mella, secondo un progetto organico, affidato al comasco Antonio Corbellini che in quel periodo stava innalzando altre importanti chiese nel Bresciano.
Per la chiesa dei Santi Pietro e Paolo (dopo il Medioevo il titolo era stato ampliato anche all’Apostolo delle Genti), il Corbellini elaborò un progetto abbastanza originale che prevedeva la solita aula con sviluppo longitudinale, scandita da due calotte semisferiche e conclusa da un presbiterio pure con calotta semisferica, ma che creava le cappelle laterali mediante un approfondimento del cornicione, agiato da un vorticoso moto ondulatorio e sostenuto da colonne completamente aggettanti, realizzate in mattoni e ricoperte da una scagliola che ricorda molto da vicino il Botticino rosato impiegato nelle colonne della chiesa della Pace di Brescia.
Il dialogo tra pareti e colonne, così felicemente inaugurato ad Azzano, verrà poi ripreso da Domenico Corbelli, figlio ed erede di Antonio, nelle parrocchiali di Orzivecchi, Pontoglio, Collio, S. Lorenzo in città, Castrezzato e Quinzanello.
Ad Azzano abbiamo anche un richiamo fedele alla facciata della parrocchiale di Malonno, costruita con due ordini – tuscanico nel primo registro ed ionico nel secondo – quasi della stessa ampiezza e perciò collegati da volute non troppo importanti, che si concludono in un timpano semicircolare.
Tra le carte dell’Archivio dell’Ospedale di Brescia si conserva un disegno autografo del Corbellini che ci testimonia come quanto vediamo oggi sia la traduzione scrupolosa del progetto originario.

 

Gli affreschi e gli stucchi

Le pareti della chiesa sono illuminate da aerei dipinti ad affresco, eseguiti a più riprese dal 1739 al 1755, ad opera di un nutrito gruppo di artisti intelvesi, collegati alla famiglia degli architetti Corbellini.
Anzi, nella decorazione a stucco, per lo meno fino all’altezza del cornicione, furono impegnati nel 1739 Carlo e Giorgio Corbellini, figli dell’architetto Antonio che lasciarono le loro firme sul piano di calpestio del cornicione stesso, tra gli altari di S. Francesco e del SS. Sacramento.
La notizia, ripresa già dalle fonti nel 1909, ma in modo scorretto, poiché il cognome degli artisti veniva letto “Corbelli”, è stata focalizzata dal restauro condotto da Renato Giangualano e voluto dal parroco Don Andrea Bagnatica.
Ad una campagna decorativa successiva appartengono gli affreschi delle due campate della navata e le immagini dei Dottori della Chiesa e degli Evangelisti che affiancano gli altari laterali, nonchè le medaglie dell’arcone centrale con i Miracoli dei Santi Pietro e Paolo.
Nella certezza dell’intervento di più mani (la graziosa Madonna Incoronata pare creatura di Pietro Scotti), la personalità che più sembra emergere è quella di Giuseppe Antonio Orelli, approdato a Bergamo intorno al 1754, quando con ogni probabilità furono commissionati questi dipinti.
Allo stesso Orelli sembrano appartenere gli Evangelisti ed i Dottori della Chiesa distribuiti sulle pareti dell’aula, mentre la briosa e deliziosa Immacolata è cosa di altissimo livello di Pietro Scotti, rinomato collaboratore del Carloni.
E proprio a Carlo Innocenzo Carloni sono attribuibili le immagini delle Virtù Cardinali distribuite nei pennacchi della prima calotta verso l’ingresso e le quattro Figure Allegoriche relative alle virtù della Madonna (Religione, Castità, Fortezza, Umiltà) della calotta successiva.
E’ probabile che il pittore si sia fermato brevemente sui ponti del cantiere di Azzano mentre eseguiva gli affreschi della parrocchiale di Orzivecchi (1755-1756), per accontentare qualche influente nobile bresciano, appartenente al Consiglio di amministrazione dell’Ospedale di Brescia.

 

La pala dell’altar maggiore

Con il cantiere ancora aperto e la chiesa costruita solo per la metà, i Deputati dell’Ospedale commissionarono nel 1740 la pala dell’altar maggiore, rappresentante il Martirio dei Santi Pietro e Paolo, al veronese Rotari, futuro pittore della corte degli Zar, allora emergente ed apprezzato dal Cardinal Querini per la sua maniera classiccheggiante.
Poichè gli affreschi della cupola erano a quel tempo già eseguiti ed ancora nel 1739 era stata appaltata la costruzione dell’altare al marmorino Gian Paolo Baronzini, si deve credere che in presbiterio si celebrò ancora a partire dal 1740.
Come accadde per altri edifici sacri -ed in particolare per lo stesso Duomo di Brescia- il cantiere venne separato da un muro provvisorio che chiudeva l’arcone trionfale e che proteggeva i fedeli dalla polvere e dai disagi prodotti dalle opere in corso.
La levigata e affollata tela centinata del Rotari è stata restaurata con misura ed abilità da Renato Giangualano nel 1996.
Allo stesso restauratore, sotto la direzione del dott. Vincenzo Gheroldi della Soprintendenza aiMonumenti ed al Paesaggio di Brescia-Cremona-Mantova, si deve il recupero di tutti gli affreschi e degli stucchi della navata che hanno mantenuto inalterati il loro fascino e la loro patina, tanto che a fatica si crede che qualcuno sia intervenuto sulle superfici dipinte.
Durante le operazioni di pulitura e consolidamento è stata rinvenuta sull’affresco della Conversione di S. Paolo la quadrettatura utilizzata per proiettare sulla superficie sferica il modello di partenza.
Il dipinto di Pietro Rotari costituisce uno dei punti di riferimento per studiare il diffondersi nel Bresciano del gusto accademico, pre neoclassico, tanto caro al Cardinal Querini, apertamente in contrasto con il fare mosso e tormentato degli affreschi della volta.

 

Il complesso dell’altar maggiore

Con contratto in data 30 aprile 1739 Gian Paolo Baronzini, uno dei più rinomati artefici di Rezzato, assumeva l’incarico di costruire il complesso marmoreo dell’altare maggiore, di armonioso e ricco disegno, forse progettato dallo stesso Corbellini, alle cui architetture sembrerebbe ispirato l’articolato tabernacolo, vicino ai prospetti delle parrocchiali di Coccaglio e di S. Felice del Benaco.
Sul paliotto e sui gradini porta candelieri il consueto tema floreale a commesso, tipico degli altari bresciani degli anni 1730-1745, si arricchisce di preziosità e di movimento grazie all’impiego di marmi abbastanza scuri (Verde antico, Giallo Torri, Rosso Francia, Lapislazzuli) su un fondo chiarissimo in Carrara statuario.
La portellina del tabernacolo, con una scattante immagine a sbalzo del Cristo risorto, potrebbe essere uscita dalla rinominata bottega del Filiberti.

 

Gli stalli del coro

L’esemplare restauro del 2004, seguito dalla dottoressa Renata Casarin della Soprintendenza ai Beni storici, artistici e denoetnoantropologici di Brescia-Cremona-Mantova e condotto da Marina Baiguera su commissione dell’Associazione Culturale Azzano in Festa, ha riproposto alla nostra ammirazione il complesso ligneo degli stalli del coro che era offuscato da sporco e da vernici alterate.
Sui bracciali delle sedie si possono ora attentamente cogliere le diverse espressioni delle testine che vi sono raffigurate e che spaziano dalle divinità pagane dei boschi, a dame e cavalieri del Medioevo (forse i benefattori dell’Ospedale), per giungere ai due Papi Alessandro VIII (già Vescovo di Brescia) e Benedetto XIV e forse al ritratto del Curato di Azzano che seguì le opere di costruzione e decorazione della nuova chiesa.
I tratti somatici dei personaggi ricordano le figure dei Cifrondi, ma l’intaglio franco e mosso si deve accostare a Francesco Pialorsi, il più dotato artista della famiglia dei Boscai.
La presenza dell’effigie di Benedetto XIV dovrebbe datare il complesso intorno al 1740, poco lontano dalla tela del Rotari, e quindi nell’estrema attività del Pialorsi, presente spesso anche nella Bassa bresciana, come testimoniano la soasa dell’altar maggiore della parrocchiale di Castelmella e la cornice della pala di S. Francesco Saverio a Orzinuovi.

 

L’organo

L’attuale strumento, restaurato nel 2002 per volere del parroco don Giuseppe Mombelli dalla ditta Cav. Emilio Piccinelli di Ponteranica, è stato realizzato nel 1906 dalla ditta Ferruccio Pedrini di Milano in sostituzione di un organo più piccolo ed antico, restaurato in modo non troppo ortodosso dal Foglia sulla fine dell’Ottocento.
La monumentale cassa lignea policroma, settecentesca e probabilmente progettata dal Corbellini, venne intagliata dai Boscai, come denota la nervosa figuretta a tutto tondo di S. Pietro che campeggia nella cimasa.
Sul parapetto della cantoria si scorgono gli stemmi dei Nigolini (il guerriero a mezzo busto con alabarda) e della Scuola del Santissimo Sacramento (un calice sormontato dall’Ostia) che commissionarono l’opera.
L’organo è collocato in cantoria in “cornu Evangelii” e racchiuso in vano ricavato nel muro con cassa lignea poco adiacente.
Prospetto a tre campate con 25 canne in stagno formanti tre monocuspidi di cui la centrale ha 7 canne, mentre le due laterali 9; bocche allineate a labbro superiore a mitria.
E’ uno strumento con grandi complicanze e rumorosità trasmissive dovute al particolare tipo di funzionamento meccanico-pneumatico.
Il somiere del manuale è pneumatico-tubolare con canale d’aria per registro e valvole coniche per ogni canna. E’ comandato da pistoni azionati da leve metalliche a pettine con movimento obliquo.
Il somiere del pedale è meccanico con canali per il registro e ventilabrini per ogni canna a ritorno parziale.
Il somiere del Principale 16′ nel basso è a trasmissione pneumatica con membrane mobili a pistoni a valvole coniche.
La tastiera cromatica è formata da 58 tasti (Do1-La5) con copertura in osso per i diatonici ed in ebano per i cromatici, la pedaliera concavo-diritta è invece composta da 27 pedali (Do1-Re3).
Le trasmissioni della tastiera e della pedaliera verso i rispettivi somieri sono meccaniche con tiranti in ferro e astine in abete tranne per il Principale 16′ B. che avviene con tubicini di piombo.
I registri dello strumento sono: Principale 16′, Principale 8′, Ottava 4′, Quintadecima 2′, Ripieno 4 file, Undamaris 8′, Tromba 8′, Coro viole 8′, Bordone 8′, Flauto 4′, Contrabbasso 16′, Basso 8′, per un totale di 856 canne. Sono inseriti da pomoli disposti in unica fila sopra la testiera, con diciture in porcellana.
Le canne interne sono in stagno, legno stagno-piombo e legno.
Il crivello in legno, le bocche delle canne “parlano” sopra il crivello.
La manticeria è composta da 2 mantici a lanterna sovrapposti, situati in stanza propria, di medie dimensioni di cui il mantice inferiore è dotato di pompe di caricamento manuale a manubrio dal movimento orizzontale a collo d’oca.

 

L’altare del Santissimo Sacramento

Lasciato il presbiterio incontriamo l’altare del Santissimo Sacramento, ora arricchito da una scultura lignea policroma del Sacro Cuore (intagliata da Cesare Passadori nel 1901), ma un tempo dotato di una pala rappresentante l’Ultima Cena.
Stando alla Cronaca del parroco Salvadori, la tela non aveva alcun valore e venne riposta in Canonica: ora non è più rintracciabile.
Il paliotto di questo altare è un pregevole lavoro a commesso del 1730-1740 e dentro intrecci di foglie policrome raccoglie un calice con l’Ostia, simbolo della Scuola.
La portellina del tabernacolo, con la briosa raffigurazione ad olio su rame della Pietà con due cherubini, è una bella testimonianza della produzione matura di Francesco Savanni (1765 circa).

 

L’altare di San Francesco

Scendendo verso l’ingresso, raggiungiamo l’altare di S. Francesco d’Assisi, con una tela che è stata allargata nel Settecento per adattarla alle nuove dimensioni della soasa.
Il dipinto aveva subito delle deturpazioni ancora nel Seicento, quando i due Santi in primo piano vennero sostituiti dalle immagini di S. Domenico e di S. Carlo Borromeo.
La parte originale è costituita dalla Madonna con il Bambino tra gli Angeli ed i Santi Giovanni Battista e Francesco.
Questa pala, anticamente attribuita a Palma il Giovane, è in realtà una buona opera di Francesco Giugno (1615 circa).

 

L’Altare dei Santi

Superata la porta principale della chiesa, si giunge all’altare dei Santi, con una pala settecentesca, eseguita a più mani e raffigurante il Redentore adorato da S. Anatalone, S. Antonio da Padova, S. Giovanni Nepomuceno, S. Agata, S. Lucia e S. Apollonia.
Sembrerebbe frutto della collaborazione di Pietro Scotti e Giuseppe Orelli.

 

L’Immacolata

Dopo l’altare dei Santi, sulla parete della navata, ci imbattiamo nella poetica, vibrante e fresca figura dell’Immacolata, capolavoro di Pietro Scotti.
Qui il poco conosciuto collaboratore del Carloni (attivo tra l’altro con il maestro tra il 1730 ed il 1733 nella reggia di Ludwigsburg) lascia una delle sue opere più ispirate.

 

L’altare del Rosario

Una tradizione raccolta dal parroco don Salvadori vorrebbe che la statua vestita della Madonna con il Bambino che si trovava su questo altare provenisse dalla chiesa di S. Domenico di Brescia.
L’attuale scultura, opera del Righetti, è stata collocata nel 1920.
Il paliotto dell’altare è un pregevole lavoro del 1740 circa, forse ancora uscito dalla bottega dei Baronzini.
Su un candido fondo in Carrara statuario, contornato da fasce in Nero di Paragone, entro una medaglia circondata da una corona del Rosario e da grappoli di fiori, incede l’immagine, elegante ed altissima, della Madonna che regge con la destra la corona e con la sinistra il Bambin Gesù.

 

La vetrata della controfacciata

Il parroco Don Salvadori ricorda la vetrata della controfacciata con le effigi dei Santi Pietro e Paolo come una delle opere d’arte più importanti eseguite per la chiesa nei primi anni del Novecento; posero mano a questo luminoso manufatto il pittore ed illustratore Prof. Fausto Codenotti e la Ditta Testori e C. di Brescia nel 1908.

 

Le stazioni della Via Crucis

Secondo la testimonianza di don Salvadori le vecchie stazioni settecentesche della Via Crucis, ormai deperite, vennero offerte alle famiglie della Parrocchia e sostituite con le attuali formelle in gesso.
E’ dunque probabile che alcune delle tele del Settecento siano ancora ad Azzano.

 

La Sacrestia

Anche la Sacrestia è un vero e proprio capolavoro dell’architettura bresciana del Settecento.
A pianta centrale, con cupola circolare e quattro nicchie sui vertici, ricorda l’impianto dei battisteri medioevali, come acutamente notava don Salvadori.
Nella calotta di dispiega con enfasi e tensione quasi romantica, il Compianto sul Cristo morto, opera tarda di Pietro Scotti, assai deperita e ripresa dai restauri del Trainini nel 1906, ma modernissima.
Da notare è pure un armadio in legno che raccoglieva le suppellettili di proprietà dell’Ospedale di Brescia e che sugli sportelli reca, dipinto ad olio da buona mano (ricordiamo che il Cifrondi prestò la sua opera per oggetti di questo genere), lo stemma della pia istituzione (la colomba bianca ad ali spiegate posata su un libro rosso chiuso).
Della ricca dotazione di parametri ed argenterie è rimasto ben poco, forse a causa delle spogliazioni napoleoniche.
Si segnalano un ostensorio in argento, in parte dorato, della fine del Settecento o dei primi anni del secolo successivo, con raggiera percorsa da spighe e tralci di vite e piede decorato da due testine di cherubini; una pisside dorata, del primo Seicento (proveniente da Pontegatello) che nel piede accoglie le immagini erette della Madonna con il Bambino e del Cristo in passione, e una pisside in argento, di disegno sobrio ed essenziale, con due punzoni dell’orefice Bartolomeo Viviani ed uno della zecca di Brescia.

 

La statua di S. Rocco

Della chiesa di S. Rocco che esisteva vicino alla parrocchiale e che fu costruita forse in occasione della pestilenza del 1511-1512, è rimasta solo la stupenda statua del Santo, opera in legno policromo che, nonostante la pesante ripresa delle tinte, ci fa percepire la forte anima di Clemente Zamara, l’autore del Compianto di S. Maria della Stella di Bagnolo Mella.
Anche per questo lavoro si può ipotizzare una datazione intorno al 1519-1520, poichè la tecnica impiegata nella resa dei capelli e della barba ricorda quella che si vede nel Cristo morto di Bagnolo.

 

La statua di S. Fermo

Altra bella testimonianza dell’intaglio ligneo bresciano è costituita dalla scultura policroma ridipinta raffigurante S. Fermo e attribuibile ad Antonio Montanino, qui ormai giunto nel punto più alto della sua maturazione artistica (1650 circa).
L’abilità dello scultore ci propone un’immagine in torsione che incede verso i fedeli e che fa garrire al vento il suo stendardo.
E proprio lo stendardo rappresenta per noi un ulteriore motivo d’interesse, perchè la vivace mucca che è delineata ad olio sulla bandiera di latta sembra uscita dalle tele del Ceruti.
La devozione a S. Fermo è da collegare alla fitta presenza di mandriani nel territorio di Azzano, testimoniata dai documenti antichi.

 

Il Campanile

La torre campanaria di Azzano può vantare una rarissima salita interna in muratura stabile.
Con un complesso gioco di rampanti ad arco in mattoni, la scala sale armoniosa ed ardita, protetta da un parapetto pure lui in mattoni.
Questo particolare, unito alla mole solenne e proporzionata della struttura, purtroppo rimasta priva di cupola, denota la mano di un architetto abile e famoso, che potrebbe essere ancora Antonio Corbellini.
Da rimarcare è anche il bel quadrante in marmo dell’orologio settecentesco, che costituisce un’altra rarità nel Bresciano.